“Un viaggio nel passato tra sogno e realtà”

142

E’ il titolo del nuovo, elegante  volume di Peppe Veneziano, impreziosito dalla stampa in copertina di un quadretto affascinante che richiama alla semplicità, sullo sfondo di un tempo passato, con un albero verde, segno della vita che continua, frutto delle  pennellate dell’impareggiabile Maestro Enzo Patti.

Peppe Veneziano, così come preferisce essere chiamato dagli amici, è una persona di stile, con raffinata cultura su tanti versanti,   già noto al pubblico come scrittore per il volume autobiografico di qualche anno fa dall’accattivante titolo “Volare alto”. In cui le sue tante considerazioni sulla sua vita e sull’ambiente di Favara , –  (come facevo a suo tempo notare)  – sembrano e sono  finalizzate  ad aiutare  questa città a liberarsi  con progressiva determinazione da ogni forma di servilismo e rassegnazione, aprendosi con coraggio ad un speranza concreta e fattiva, valorizzando il passato con i suoi errori,  anche di persone e di programmi … di fiducia tradita e/o mal riposta.

Un libro allora, questa sua nuova fatica di Un viaggio nel passato tra sogno e realtà”, che intanto cade proprio a fagiolo in questo periodo, mentre i favaresi  si preparano a rinnovare democraticamente gli organi ammnistrativi di governo della loro città.

Una considerazione questa  solo nostra e del tutto occasionale, sicuramente lontana dalla mente dell’autore, ma che tuttavia, anche se non messa in conto, può rivelarsi preziosa, favorendo nel confronto col passato remoto e (perché no ?) anche recente la riflessione.

Riflettendo cioè  sul sogno del cambiamento che già è avvenuto,  predisporsi meglio a scegliere per i cambiamenti che si rendono oggi necessari, nell’attuale critica situazione che Favara ha vissuto e sta vivendo;  in cui è davvero necessario concretizzare un cambiamento nel modo di  governare questa città: un nuovo modo di presenza, di governo e di vissuto concreto.

“Un viaggio nel passato tra sogno e realtà” , un romanzo imperniato sulla storia di una famiglia, formata da don Turiddu Monteleone, una moglie  intelligente, saggia  e perspicace come donna   Michela; i figli Pasquale e Vanni, con la loro sorella Maria Celeste, alla quale i  due fratelli, punzecchiandola,  dicevano ogni tanto: “Maria  Celè, nun ti po’ maritari si nun t’insigni a cucinari”.

Una famiglia in cui, “anche negli antenati” comunque “non risultava che tra loro ci fosse stato qualche “mbami”, tragediaturi o sbirru”.  Quest’ultima affermazione è quanto dire, per capire la mentalità del tempo.

Insomma una famiglia davvero perbene,   che in quei tempi sa bene destreggiarsi nelle diverse concrete situazioni, refrattaria all’illegalità  e nello stesso tempo altrettanto determinata a non subire forma alcuna di angheria. Insomma una classica famiglia  siculo-favarese, custode  dei veri valori siciliani. Una famiglia appartenente alla classe dei “burgisi”, con tanta “roba”, capace di intessere rapporti di amicizia e vivere concretamente i classici valori  dell’onestà,  della cordialità, dell’onore, dell’amicizia,  del rispetto della parola data; una famiglia che sa guardare sempre con fiducia al futuro.

Per la trama delle vicende familiari narrate,  il romanzo,  – (che anche per lo stile, piano e scorrevole, si fa leggere con piacere) –   oltre che di carattere  storico,  senza esagerare, mi permetto di dire che  può essere considerato davvero un classico per la conoscenza delle tradizioni, del folklore paesano, degli usi e costumi di allora,   riguardo ai rapporti familiari, al fidanzamento, al matrimonio, alla politica,  alle ricorrenze e feste, civili e religiose, al culto e rispetto dei propri morti.

Tanto per fare solo un esempio, su un tema delicato ed importante,  mi limito a citare lo scambio (clandestino) di lettere tra i due fidanzati Vanni e Caterina, nella raffinata analisi psicologica dei loro sentimenti,…  ha un contenuto così elevato di valori sul rispetto reciproco e sui valori del matrimonio, che si potrà suggerire di leggere a tutti i fidanzati nei Corsi di preparazione al matrimonio, anche e soprattutto di quelli che la Chiesa organizza,  esigendone la partecipazione,  per quelli che decidono di sposarsi in Chiesa.

Intanto ecco un piccolo assaggio di termini che ci riportano al fascino di un’epoca che non c’è più, quando si sognava una nuova realtà.

Termini come “(U vanniaturi” (il banditore), – i diversi tipi di giochi dei ragazzi: “di i mazzi” (delle mazze di legno), “di i pumetta” (dei bottoni), “di i tortuli”  (delle trottole), “di a tulì tulì” (salto  sulle spalle dei ragazzi posizionati tipo trenino); e questo per i giochi di allora, perché oggi tanti ragazzi hanno tra le mani ben altro, frutto della tecnologia più avanzata di oggi per trascorrer il tempo, magari senza socializzare  fisicamente con altri. Per non parlare dell’attesa che c’era per gli scalatori “d’antinna” nella festa di “mezzausto

Per i cibi: “ u brodu du gaddu” (brodo di gallo), “li lasagni cu sucu fatti a furnu” ( le lasagne col sugo cotte a forno); feste familiari con “dolci, fave, e ceci “calliati” (ceci lievitati e cotti con la sabbia”. Poi, nei grandi raduni per circostanze particolari o a ridosso delle feste principali, carne abbondante di maiale, salsiccia e tanto, tanto buon vino.

Insomma non mi dilungo ancora; il mio vuole esser solo un assaggio per inivitare a leggere il libro utile dai  punti di vista più diversi, da quello storico-sociologico a quello politico, a quello psicologico e  folkloristico delle tradizioni, a quello religioso ed etico, e via dicendo.

Buona  e fruttuosa lettura in queste ferie di ferragosto e complimenti all’autore.

Diego Acquisto

I commenti sono chiusi.

This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accept Read More