Sulla “Lettera al popolo di Dio” di Papa Francesco si registrano consensi, pareri e valutazioni varie. E forse anche qualche paura !

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Dal “pugno allo stomaco” alla “Lettera al popolo di Dio” Ma procediamo con ordine.
Quella del “pugno allo stomaco” è una metafora ricordata dal card. Angelo Scola, arcivescovo emerito di Milano, che proprio ieri si è richiamato ad una sua intervista subito dopo l’elezione a Papa del Cardinale argentino Bergoglio, in cui allora ha parlato di quella “ elezione” come di “un pugno nello stomaco per noi europei, un modo di cui lo Spirito si è servito per risvegliarci’”. Ed a commentarla oggi quell’intervista si vede chiaramente – dice sempre il Card. Scola – che “il ministero di Papa Francesco è fatto di gesti, di esempi molto concreti, di una cultura di popolo, che vuol dire immissione nella vita del popolo, e di insegnamento”.
E in questa cornice pastorale che contraddistingue il ministero petrino di Papa Francesco, Scola ha pure affrontato il tema del giorno, cioè il problema della “dolorosissima, tragica e orripilante vicenda della Pedofilia” su cui “gli ultimi tre papi stanno cercando di aiutare la Chiesa, attraverso la preghiera e il digiuno, a ritrovare, soprattutto nei suoi ministri, una via di rinascita e di rinnovamento”.
E non sfuggendo al dato che in questi cinque anni di servizio alla Chiesa universale lo stile pastorale di Papa Francesco, coraggioso ed evangelicamente dirompente, ha positivamente colpito larghe masse di fedeli, il cardinale Scola sempre ieri ha parlato “di novità nell’esercizio del papato rispetto ai papi precedenti, con i quali sulla sostanza è assai in continuità”. Aggiungendo subito che “abbiamo il dovere di imparare, accogliendo e accettando il suo stile fino in fondo, penetrando in quegli aspetti che costituiscono un elemento di novità nell’esercizio del papato rispetto ai papi precedenti”. “Papa Francesco è un papa inedito – ha spiegato -. È indubbio che lo stile di Francesco è molto personale. Non dobbiamo negare che è molto sorprendente per noi”.

Una “Lettera al popolo di Dio”, questa di Papa Francesco, allora certamente inusuale e sicuramente assai dura, sugli scandali riguardanti abusi sessuali su minori commessi nei decenni passati dai chierici e da uomini di Chiesa consacrati. Una Lettera che in queste ore sta provocando tante opinioni e discussioni, così come era facile prevedere.
Anzitutto registriamo tanta accoglienza e soddisfazione, anche per il modo con cui è stato affrontata la scabrosa problematica, che in passato forse in non poche occasioni, per un malinteso senso di tutela del bene comune , si preferiva eludere, riparando alla meglio o alla meno peggio, il danno successo.
E perciò adesso affiorano tanti casi insabbiati da parte di chi aveva autorità e quindi il dovere di intervenire, cioè Vescovi e superiori di ordini religiosi. Tutto un metodo ed un modo di precedere duramente condannato da Papa Francesco, che in linea con gli ultimi suoi predecessori, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sin dall’inizio del suo pontificato ha ripetutamente manifestato di volere fare assoluta pulizia all’interno della Chiesa e quindi parlato di tolleranza zero.
Non solo ! nella recente Lettera ha detto che su questo orrendo peccato-crimine, proprio “ per sradicare questa cultura di morte… le ferite non vanno mai prescritte”… Il dolore di queste vittime è un lamento che sale al cielo, che tocca l’anima e che per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere”.

Quindi nessuna speranza di prescrizione. E forse proprio questo, da qualche parte, genera comprensibilmente qualche paura, forse anche in Italia. Dove, mentre dalla CEI si annunciano nuove linee-guida contro gli abusi, oggi intanto si registra un’intervista al SIR di padre Hans Zollner, gesuita tedesco, membro della Commissione vaticana contro la pedofilia e presidente del Centro protezione dei minori dell’Università Gregoriana che della Lettera riprende anzitutto il duro passaggio che riguarda il clericalismo, aggiungendo che “il clericalismo è una mentalità che mette il clero in una “classe superiore” e “una delle conseguenze di una mentalità da ‘élite speciale’ è l’idea secondo la quale ‘posso permettermi quello che voglio’, e questo ha portato ai crimini più scioccanti, alla (spesso) totale assenza di empatia con le vittime e del senso di responsabilità da parte di tanti rappresentanti della Chiesa locale”.


Non solo, proprio sulla situazione italiana, Padre Zollner, rispetto a quanto è avvenuto in altre parti ha testualmente detto: ““Mi preme dire che l’Italia non ha ancora vissuto un tale momento di verità riguardo l’abuso sessuale e lo sfruttamento del potere riguardo il passato. Mi auguro che queste ultime settimane con tante notizie sconvolgenti abbiano aperto gli occhi e il cuore anche alla Chiesa italiana e ai suoi responsabili per impegnarsi senza esitazione e in modo consistente in ciò che è una chiamata urgente del Signore a tutto il Popolo di Dio”.
Infine con piacere registriamo in queste ore tanti consensi nell’opinione pubblica e tra preti e Vescovi. Per esempio, la Conferenza Episcopale Panamense (Cep), ufficialmente esorta tutti “vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli….ad impegnarsi sempre più ad applicare i meccanismi di prevenzione e denuncia degli atti, che feriscono profondamente la nostra infanzia”.
E sulla stessa lunghezza d’onda non poteva mancare l’appello tempestivo della Conferenza Episcopale Argentina (Cea), che parla di adesione e di assunzione di “un irrevocabile impegno”…perché sia assicurata la protezione di minori e adulti in situazione di vulnerabilità”.
Diego Acquisto

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Dal SIR 24 agosto 2018 @ 9:00 – Appello di Fr. Semeraro, monaco benedettino- “……declericalizzazione delle strutture e dello stile nella vita della Chiesa…..”…….”“Papa Francesco sta mantenendo la sua parola e si dimostra ancora una volta pastore onesto e umile…”.

“La Chiesa nell’umiltà e nella verità di Cristo si cosparge il capo di cenere, per far sì che la sofferenza inflitta si trasformi in appello alla conversione. Oggi, la Chiesa, che in molte e troppe occasioni è stata fustigatrice dei mali altrui, riconosce, in tutta umiltà, il proprio bisogno di penitenza e di urgente rinnovamento interiore”. Lo scrive fr. MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, in un commento sul blog Koinonia de la Visitation relativo alla Lettera di Papa Francesco al popolo di Dio sul tema degli abusi.

“Papa Francesco sta mantenendo la sua parola e si dimostra ancora una volta pastore onesto e umile. Rimane fermo il suo primo segno, quando chiese al popolo di ratificare, con una preghiera di benedizione, la scelta fatta dai cardinali di santa romana Chiesa. Il segnale che resta fondamentale – aggiunge – è quello della spoliazione che significa concretamente abbracciare un lungo processo di declericalizzazione delle strutture e dello stile nella vita della Chiesa. Declericalizzare significa rinunciare continuamente alla mentalità di un potere ricevuto e da esercitare come privilegio ed esenzione da valutazione. Declericalizzare significa cercare appassionatamente, ogni giorno, di imitare e assumere ‘i sentimenti’ (Fil 2, 5) e lo stile di Cristo Signore, il quale ‘svuotò se stesso’ (2, 7)”.

Nella Lettera, “ciò che è stato ripetuto in mille modi in questi anni dal Vescovo di Roma viene indicato come la sfida primaria e fondamentale della nostra vita di Chiesa”: “Siamo di fronte ad un appello profetico alla conversione che non è più procrastinabile. Se qualcuno non l’avesse capito o non lo volesse capire – conclude -, Papa Francesco, con l’autorità oggettiva del suo magistero ordinario, chiama con nome e cognome il male fondamentale della Chiesa: ‘Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo’”.
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Alla radice spirituale della crisi

L’Osservatore Romano 20 agosto 2018

Edward Hopper, «Bambino che guarda il mare»

«Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme»: partendo da san Paolo, il Papa scrive una «lettera al popolo di Dio» drammatica e senza precedenti. In questo modo estende a tutta la Chiesa una profonda riflessione sulla tragedia degli abusi, perché, sostiene, «l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio».

È evidente che in questa drammatica situazione non bastano denunce e punizioni, anche se sono indispensabili. E non basta circoscrivere la responsabilità all’interno del clero: bisogna approfondire l’analisi, per cogliere l’origine di questo male profondo ed estirparlo. Per questo devono essere coinvolti, come indica papa Francesco, tutti i credenti. Che in molti casi sono stati vittime, ma in altri, in qualche modo e in varia misura, sono stati anche complici.

Le modalità degli abusi rivelano colpe molto gravi: il sacerdozio scambiato per un ruolo di potere da esercitare sugli altri, la copertura ipocrita come normale prassi di comportamento per il “bene della Chiesa”. Praticamente, un atteggiamento che nega ogni parola detta da Gesù, come denuncia il Pontefice citando il Magnificat.

Ma con questa lettera Bergoglio vuole allargare lo sguardo anche ai laici che hanno sopportato e taciuto per tanto tempo. E molti si domandano: perché i fedeli hanno accettato di tacere anche quando erano a conoscenza? Perché hanno continuato a chiudere gli occhi senza difendere le vittime? Sono domande che per esempio si è posta Isabelle de Gaulmyn in un libro sugli abusi a Lione, dei quali lei stessa, giovane scout, era stata testimone e per i quali, in un certo senso, si sente un po’ complice. Anche i laici infatti preferivano accettare queste situazioni in un contesto dal quale potevano ricavare favori e aiuti mondani, piuttosto che correre il rischio di una battaglia che li poteva vedere perdenti davanti a strutture di potere percepite come minacciose.

In questi casi infatti anche alcuni fedeli non hanno creduto nel Vangelo e hanno preferito una molle acquiescenza invece di aiutare la loro Chiesa, quella comunità della quale, in virtù del sacerdozio battesimale, fanno parte esattamente come il clero. Anche alcuni fedeli si sono così addormentati e hanno chiuso gli occhi, come se questa situazione non fosse affare loro, confermando con questo atteggiamento il peggiore clericalismo.

Perché clericalismo, afferma il Papa nella sua lettera, è proprio questo: pensare che la Chiesa sia solo rappresentata dai sacerdoti, costituiti in una gerarchia di potere, e non sia una comunità solidale di credenti testimoni del Vangelo. Invece, dice il Pontefice, «tale solidarietà ci chiede, a sua volta, di denunciare tutto ciò che possa mettere in pericolo l’integrità di qualsiasi persona», perché «è necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno». Proprio per questo, ricorda Papa Francesco e non per la prima volta, «dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo».

In questo testo, che va alla radice spirituale della crisi, il Pontefice chiede a noi tutti, in quanto corpo unico e ferito della Chiesa, di fare penitenza e di pregare, arrivando a proporre un «digiuno che ci procuri fame e sete di giustizia e ci spinga a camminare nella verità appoggiando tutte le mediazioni giudiziarie che siano necessarie. Un digiuno che ci scuota e ci porti a impegnarci nella verità e nella carità con tutti gli uomini di buona volontà e con la società in generale per lottare contro qualsiasi tipo di abuso sessuale, di potere e di coscienza». È insomma impossibile immaginare una vera conversione nella Chiesa, dice il Papa, «senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio».

di Lucetta Scaraffia

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