“…Se sono caduti loro (cioè  quelli della Comunità di Bose) che sono così bravi, cosa potrebbe accadere alla nostra comunità?”.

Il caso della Comunità di Bose e del suo fondatore Enzo Bianchi pone interrogativi anche in terra agrigentina. Ho appena finito di leggere sui social qualche interrogativo che anche  in terra agrigentina ci si pone. Un interrogativo  a conclusione di una più articolata riflessione.

Ecco l’interrogativo: “……ma se sono caduti loro (cioè  quelli della Comunità di Bose) che sono così bravi, cosa potrebbe accadere alla nostra comunità?”.

Un interrogativo chiaramente orientato alla nostra particolare situazione, proprio oggi in cui si celebrano le esequie di un venerando presbitero novantaduenne,  la cui vita è stata spesso segnata da tanti sforzi orientati alla fraternità, specie nei periodi particolarmente travagliati del post-Concilio, che la Chiesa Agrigentina ha vissuto.

L’invocazione della misericordia e la preghiera per l’unità non devono mai venire meno. Ma viene anche da dire che in una visione di Chiesa come comunità non di santi, ma solo di persone comuni e perfettibili,  non c’è  da  sorprendersi. Per  dirla  con Papa Francesco, in una Chiesa-comunità di peccatori perdonati, nulla di cui meravigliarsi per  quello che può accadere, anche con l’esplosione di possibili fragilità.

E concretamente, sullo sfondo di questa premessa, ritengo che sia magari pure  condivisibile la sorpresa per la decisione di Papa Francesco che martedì 19 maggio u.s., dopo un periodo di discernimento e  riflessione, ha fatto conoscere la sua decisione.

Come è noto ha  disposto l’allontanamento dalla Comunità  Bose dell’ex priore – monaco fondatore  Enzo Bianchi, che con “grande amarezza” ha appreso la notizia. Comprensibile questa amarezza! Ci si sarebbe dovuto  meravigliare del contrario.

Clamore mediatico pure  comprensibile per tutti, data la personalità di Enzo Bianchi!  Che è uno dei più autorevoli e seguiti pensatori cristiani contemporanei, molto conosciuto e stimato,  autore di decine di saggi di spiritualità, adesso  all’età di 77 anni.

Oltre alla sorpresa bisogna dare spazio al fatto che ci sono pure tutti i presupposti per la speranza di raggiungere in tempi ragionevoli una decisione condivisa con lo stesso Bianchi.

Una Comunità questa di Bose – ricordiamo – che nasce l’8 dicembre 1965, ultimo giorno del Concilio Vaticano II, che era iniziato nell’ottobre del 1962.

Enzo Bianchi, allora un brillante giovane ventiduenne della Fuci, dopo la laurea in Economia, decide di fare il monaco, in una cascina abbandonata di Bose, un piccolo borgo,  una frazione del Comune di Magnano, in provincia di Biella, in Piemonte….dove man mano negli anni si è  formata  una Comunità, punto di riferimento affascinante di spiritualità e di cultura.

Una vocazione quella di Enzo Bianchi alla laicità, senza mai il desiderio di divenire sacerdote. Una laicità così come alle origini del  cristianesimo.

E sull’esempio di Enzo Bianchi, tanti “fratelli e sorelle” lo raggiungono via via. Una vita di preghiera e  di lavoro,  scandita dalla preghiera e dalla lectio divina, con l’impegno del  dialogo ecumenico. La Comunità è cresciuta negli anni, diventando sempre più famosa. Ed  oggi conta 55 fratelli e 35 sorelle, comprese  altre fraternità, in altre città d’Italia ed all’estero.

La recente decisione della Santa Sede è arrivata al termine della visita apostolica iniziata sei mesi fa. Problemi di rapporti con il nuovo priore. Il riferimento al cambio alla guida della comunità con fratel Luciano Manicardi (nella foto con Enzo Bianchi)  subentrato al fondatore Bianchi all’inizio del 2017. Una convivenza rivelatasi complicata per la difficoltà del nuovo priore a esercitare la propria autorità senza interferenze da parte di una personalità così forte e carismatica  come quella di Bianchi.

Un momento di passaggio questo che  sempre   non può che essere delicato e per certi aspetti problematico per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno.

Fra i vari appelli di stima ma di chiarezza, esplicito l’appello rivolto ad Enzo Bianchi da parte del gesuita padre Bartolomeo Sorge, 90 anni, che lo ha invitato ad “accettare con amore la sofferenza della prova. La ribellione e la resistenza sarebbero un errore fatale perché in questi casi si accetta la croce anche senza capirne le ragioni”.

Staremo a vedere e senza troppa meraviglia,  riflettere e pregare….

Lo stesso Enzo Bianchi, pur nell’amarezza, nel comunicato divulgato mercoledì 27 maggio u.s., ha scritto tra l’altro: “Comprendo che la mia presenza possa essere stato un problema”. Parole che inducono a sperare bene in una soluzione positiva.

Diego Acquisto

30-5-2020

 

 

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