“Passioni del prete, tentazioni del vescovo” da “L’Osservatore Romano”

“Passioni del prete, tentazioni del vescovo” da “L’Osservatore Romano” sul libro pubblicato dal Vescovo di Foligno

Pastorale genuflessa e apostolato delle mani alzate· In un libro del vescovo Gualtiero Sigismondi sui ministri ordinati ·

L’Osservatore Romano—06 febbraio 2020
Se la gioia di essere prete è incontenibile, quella di essere vescovo non è infrangibile. Se la grazia ricevuta da un prete con l’imposizione delle mani è inesauribile, quella di un vescovo è sovrabbondante: la misura è pigiata, scossa e traboccante. Se l’insidia più pericolosa per un prete è spendersi senza donarsi, quella più minacciosa per un vescovo è consumarsi senza consegnarsi. Se l’aspirazione più nobile per un prete è essere servo premuroso del popolo di Dio, quella più evangelica per un vescovo è edificare la Chiesa sapendo di essere servo inutile. Se la presunzione più dannosa per un prete è isolarsi e ritenersi indefettibile, quella più perniciosa per un vescovo è appartarsi e credersi infallibile. Se l’infedeltà di un prete si annida nell’attesa ansiosa di una promozione, quella di un vescovo si cela nella subdola pretesa di un trasferimento imminente. Se l’orecchio del cuore di un prete non deve perdere la nota del Magnificat, quella di un vescovo non può dimenticare l’eco del Te Deum.
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Le parole di monsignor Gualtiero Sigismondi arrivano dritte al cuore dei problemi. Custodiscono un parlare franco, che non nasconde però attenzione e tenerezza. Nel suo libro pubblicato appena due mesi fa, — Passioni del prete, tentazioni del vescovo (sottotitolo: Peccatori fiduciosi, servi premurosi), Editrice Ave — il vescovo di Foligno, presidente della Commissione per il clero e la vita consacrata in seno alla Conferenza episcopale italiana, nonché Assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica nazionale, rompe gli argini di un parlare solo per gli addetti ai lavori e rende pubblico un dibattito, o meglio, un dialogo su ciò che “dovrebbero essere” i ministri ordinati.
Le domande di monsignor Sigismondi, sulla scia del pontificato di Francesco e sulle numerose sollecitazioni che sono venute dal Papa proprio sui sacerdoti nei suoi numerosi interventi pubblici, non fanno mistero di porre interrogativi seri sul ruolo del prete (e del vescovo) oggi. Un ragionamento ad alta voce che fonda la particolarità del ministero sacerdotale in una vita consacrata all’ascolto della Parola e alla pratica delle opere di misericordia.
«La Chiesa non ha bisogno di ministri di culto a tempo determinato e responsabilità limitata — spiega Sigismondi —, ma di discepoli-missionari più appassionati e più affiatati, che non ricusano di praticare le opere di misericordia pastorale». E quindi essi dovrebbero: accogliere, custodire e meditare la parola di Dio, «senza temere di svegliare e di precedere l’aurora davanti il tabernacolo»; salire all’altare e all’ambone senza disertare il confessionale, «non solo come ministri del perdono, ma anche come penitenti»; uscire dalla sagrestia verso il sagrato, raggiungendo i crocicchi delle strade, «senza rimanere all’ombra della torre campanaria»; passare dai corsi ai percorsi di fede, opera pastorale di importanza strategica; lasciare ai poveri il compito di dettare l’agenda, senza tirarsi indietro.
In questo dialogo con i ministri ordinati Sigismondi non manca di inventare alcune parole d’ordine: la pastorale genuflessa, l’apostolato delle mani alzate, sempre pronte ad abbassarsi per il servizio della carità, la pastorale itinerante, bussando alla porta dei cristiani anonimi, l’apostolato dell’orecchio, per prestare attenzione senza fretta ai fratelli, l’apostolato dell’aspersorio, di chi va incontro al popolo di Dio con l’acqua del Battesimo, la pastorale dell’ambiente digitale come canale sicuro di annuncio.
Un altro capitolo viene dedicato alla gestione dei beni. L’esigenza di alleggerire il peso burocratico e amministrativo che incombe sui parroci — «sempre più esposti al rischio di scordare di essere uomini di fede che si fanno carico della fede dei fratelli» — è una grave emergenza pastorale.
Infine, il vescovo di Foligno parla dell’abito, anche quando di mezzo c’è il cellulare. Che anche se vibra, in realtà si fa fatica a rispondere. Quanto all’abbigliamento vero e proprio — non sono intesi i paramenti — l’autore annota che c’è chi è passato dalla talare ai blue jeans, e chi porta il clergyman solo nelle grandi occasioni.
Insomma, domande a viso aperto quelle di monsignor Sigismondi. Un esplicito invito a compiere un rigoroso scrutinio, ricordando le parole di Benedetto XVI: «La testimonianza di un sacerdozio vissuto bene nobilita la Chiesa, suscita ammirazione nei fedeli, è fonte di benedizione per la comunità, è la migliore promozione vocazionale».
 Gianni Di Santo

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