L’allarme di un Parroco dell’agrigentino su talune forme di abbigliamento della sposa durante la Messa di nozze

Sul problema dell’abbigliamento della sposa durante la Messa di Nozze, un Parroco dell’agrigentino lancia un allarme. La discussione su questo argomento –  (che nella nostra arcidiocesi agrigentina  ma non solo, specie dopo la trasmissione  sulla TV nazionale della presa di posizione di don Antonio Nuara (nella foto),  Parroco con un’esperienza cinquantennale di ministero,  a Ribera adesso da un po’ di anni … e prima ancora per tanti anni a Montallegro) –  sta appassionando  davvero tanti laici nel senso proprio del termine  e tanti laici cristiani-cattolici praticanti e non. Con prevalenza delle donne, forse anche perché più direttamente chiamate in causa; ciascuna delle quali affronta il problema con la sua cultura, partendo, – pare unicamente in alcuni interventi – dalla rivendicazione della propria assoluta  libertà di scelta, vista come un diritto su cui nessuno dovrebbe intervenire.

Da parte mia   devo  subito confessare che l’argomento prepotentemente balzato alla ribalta della cronaca in queste ore,  ha anzitutto richiamato alla mia memoria qualche episodio su cui in passato ero stato costretto o comunque invitato  a concentrare la mia attenzione. Mi riferisco all’abito da indossare in rapporto al luogo, al ruolo ed alla situazione.

E mi è capitato di subire o comunque di dovere prendere atto di qualche norma costrittiva  da dovere rispettare senza discutere.

La costrizione è avvenuta diversi decenni fa, quando in piena estate con una temperatura abbondantemente superiore ai 30 gradi, trovandomi  a Roma e quasi per caso di passaggio davanti alle sede della Camera dei Deputati, avendo appreso che c’era in corso una seduta, ho deciso subito di cogliere l’occasione per conoscere “de visu” il luogo proprio della democrazia, in cui si esercita praticamente la sovranità popolare. Debbo dire che non mi è stato concesso perché, dopo avere  consegnato la mia carta d’identità e  avere  fedelmente ottemperato a  qualche altro piccolo  adempimento burocratico richiesto, poi non sono stato ammesso perché mi trovavo in camicia a mezze maniche e non avevo la giacca.

Un altro episodio che  mi è venuto pure subito  in mente, anche perché ricordato dai mass-media in questi giorni in cui si parla di Craxi nella ricorrenza del XX anniversario della sua morte, è quello della decisione presa su due piedi, senza nemmeno pensarci, del  Presidente della Repubblica Sandro  Pertini che al primo incontro con Craxi, convocato al Quirinale per conferirgli l’incarico di formare il Governo, vedendolo arrivare in jeans,  lo affrontò intimandogli di ritornare subito a casa e ritornare con l’abbigliamento dovuto.

Andando perciò   alla presa di posizione di don Antonio Nuara che richiama l’attenzione sull’abbigliamento talvolta decisamente sconveniente scelto da talune spose, mi pare che  giustamente la stragrande maggioranza delle persone  abbia decisamente ragione a non trovare nulla di strano nelle parole del Parroco.  Anzi !

E ciò, anche come logica conseguenza  della sacralità del  luogo, della forma sacramentale liberamente scelta per quella fede che si dice di professare,  in cui i due contraenti non solo sono protagonisti davanti ai testimoni di un atto giuridico puramente civile, ma ancora di più sono ministri di un sacramento, che si contrae nel  momento dello scambio vicendevole del consenso che viene benedetto da un  Ministro  “in sacris”. Cioè  dall’Ordinario del luogo o dal Parroco, o da un prete o delegato da uno di essi che sono assistenti. E per assistente si intende colui che, davanti ai testimoni, chiede la manifestazione del consenso dei contraenti, cioè gli sposi che perciò  sono i ministri dello  stesso sacramento.

Il verificarsi degli inconvenienti che hanno suscitato la presa i posizione del Parroco Nuara è la spia troppo evidente di una carenza di formazione religiosa, di un’evangelizzazione lacunosa ,  e quindi della mancanza  di  una consapevole e convinta adesione alla fede che si dice di professare.

Una fede allora solo tradizionale, con il battesimo ricevuto da bambini dietro richiesta e garanzia dei genitori e dei padrini, confermata poi però con i sacramenti della Cresima ricevuta in età di piena ragione,  unitamente ai sacramenti della Riconciliazione e della Comunione.

Per la celebrazione del Sacramento del Matrimonio in cui nasce una nuova famiglia, fondata su un vincolo indissolubile di amore e fedeltà reciproca, data la grande importanza del momento celebrativo le norme anche diocesane prevedono anche diverse forme  di celebrazione, frutto – si suggerisce –  “di un dialogo franco tra il Parroco e gli Sposi, sulla base della situazione di fede e di vita cristiana di questi ultimi”. E si chiarisce  pure che ciò “non dovrà apparire  come una punizione o meno che mai una forma di ritorsione contro un eventuale  riconosciuto difetto della pratica religiosa”, ma  solo come “esigenza di verità rispettosa della dignità stessa del Sacramento”.

Ed unitamente a queste indicazioni ed altre dello stesso tono, anche altre specifiche disposizioni che riguardano, per esempio,  quella che talvolta è stata praticata, la cosiddetta “incoronazione degli sposi”, e roba del genere, tutta  tassativamente vietata. Come pure è chiaramente detto che  non è  “consentito collocare fiori e piante sui banchi  e lungo le corsie”…. ed ancora che  è assolutamente proibito  “l’uso invalso” “di coprire i banchi della chiesa con drappi e stoffe”.

Ed a queste norme da tempo emanate,… recentissime e proprio di queste ore  arrivano altre norme della Curia al fine di “Celebrare con arte e bellezza il Sacramento nuziale” per il quale si aggiungono pure altre concrete “indicazioni Liturgico-Pastorali”, accompagnate  anche da un  “Repertorio” di canti e pure di specifici brani musicali, a cui durante la Messa di Nozze bisogna attenersi.

Ed a commento di tutto, anche come spunto di pungente e cogente  riflessione da parte delle persone più responsabili e di chi di ragione, dato che si tratta di sacramento e per giunta di quel sacramento che per il suo simbolismo viene chiamato  “magnum in Cristo et in Ecclesia” cioè davvero  “grande”,  l’auspico di un impegno concreto  ad evitare che, nella cultura corrente, come talvolta accade,   si tratti di disposizioni destinate a restare solo sulla carta, e cioè  come le “Grida !” di manzoniana memoria.

Diego Acquisto

 

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