La voce della diocesi sul fatto gravissimo di Licata che pone interrogativi profondi alla coscienza di tutti

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Riceviamo e pubblichiamo il Comunicato dei due arcivescovi Don Franco Montenegro e don Alessandro Damiano

Un’ombra di tristezza copre il cielo luminoso di Licata e della nostra Diocesi. I fatti sono ormai noti: un branco di tre giovani-adulti, tre padri di famiglia, ha sequestrato e torturato  persone disabili, fragili, incapaci di difendersi. Il tutto è accaduto, sotto lo sguardo indifferente e il passo veloce di decine e decine di nostri concittadini.

Come definiremmo quanto accaduto? Vigliaccheria, malvagità, delinquenza, follia …

Probabilmente qualcuno la derubricherà a una «bravata di pessimo gusto»: d’altronde non è la prima volta  che i forti schiacciano i deboli; né sarà l’ultima, purtroppo; così va la vita. È una scena che si ripete da secoli,  anche in città ricche di cultura e di gente straordinaria.

La scena riprodotta dai social – badate bene, ad opera degli stessi torturatori che, con spavalderia e arroganza  hanno ritenuto di doversi gloriare della loro bestialità – è agghiacciante: riprende vittime, carnefici, passanti  indifferenti. Quelle immagini ci sbattono in faccia una triste realtà, quella dell’anestesia delle nostre  coscienze. Ormai nulla più ci scuote: né i morti in mare, né i derelitti che vivono per strada, né le tragedie che si consumano nelle case accanto alle nostre, né la violenza perpetrata sotto gli occhi di tutti. Siamo davvero diventati come Caino (Gn 4,9) e quel suo «Sono forse io custode di mio fratello» è diventato purtroppo anche il nostro.

È vero, potremmo dire: «Non siamo stati noi ad alzare la mano contro le vittime, non ne sapevamo nulla, non passavamo di là (anche se parecchia gente – a quanto rivelano le immagini – è passata e ha visto)» …  eppure ciò non ci libera purtroppo dal peso morale di quanto accaduto. Il silenzio e l’omertà sono peccati dinanzi a Dio. Ci sentiamo chiamati in causa e chiediamo a Dio perdono per una colpa condivisa.

Questa esperienza, oltre a colpirci emotivamente, deve però spingerci al cambiamento, perché quanto accaduto non si ripeta mai più; deve convincerci che – come uomini e come cristiani – siamo realmente chiamati ad essere «custodi» gli uni degli altri, soprattutto dei più fragili e indifesi.

Come comunità cattolica dobbiamo sentirci fortemente interpellati dal quel grido di aiuto rimasto inascoltato: le nostre parrocchie devono sempre più mettere al centro della propria attenzione pastorale le persone vulnerabili e quanti in questa società vivono l’esperienza della marginalità sociale.

Nei giorni in cui facciamo memoria dell’Olocausto e dell’annientamento di milioni di vite umane sotto gli occhi indifferenti di una civilissima Europa, questa triste storia recente ci richiama alla vigilanza e al  risveglio della coscienza.

In questi giorni di tristezza, Licata è la Diocesi intera: quanto accaduto qui avrebbe potuto accadere in tanti

altri centri dell’agrigentino. Alla comunità ecclesiale licatese chiediamo di essere per tutti noi «faro di civiltà», esempio di vita buona secondo il Vangelo, vita di inclusione, voce profetica degli ultimi.

Con amarezza e tristezza ci rivolgiamo a tutti i Licatesi, credenti e no. Se si resta indifferenti dinanzi a fatti  così gravi, quale futuro consegneremo ai nostri ragazzi? E noi credenti, che forse ci siamo limitati a leggere i fatti e a fare spallucce sentendoci a posto con la coscienza, in quanto “certe cose” non le facciamo, pensiamo  che l’indifferenza è già violenza e il perbenismo non è fede, anzi? C’è un’ultima grave domanda: se  apparteniamo alla categoria dei borghesi e degli indifferenti, che senso ha la nostra Eucaristia domenicale?

Purtroppo, noi la consideriamo un dovere, ma la Bibbia ci dice che già ora è giudizio di condanna. Con Dio  non si può giocare!

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Invitiamo i presbiteri a leggere questa lettera alla fine di ogni S. Messa domenica prossima e tutti preghiamo  per la conversione del nostro cuore.

 

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