La beatificazione di Livatino destinata a scuotere tante coscienze

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A margine della beatificazione del giudice Rosario Angelo Livatino, si alza l’asticella in tutti i campi.  Si alza anzitutto l’asticella della santità e contemporaneamente si dilata  anche quella dell’impegno contro la malavita e la mafia in particolare. Perché sono proprio tante le considerazioni  su questo evento che è destinato ad incidere sicuramente in maniera positiva sul tessuto sociale agrigentino e non solo.

Ma vediamo di chiarire,  anzitutto nell’ottica  dei  Vescovi siciliani!

Un evento  comunque questo  della beatificazione, vissuto domenica 9 maggio in mattinata nella Cattedrale di Agrigento  che difficilmente sarà dimenticato e che certamente si inserisce bene in quel “cammino delle coscienze intrapreso con l’assassinio”  di questo giovane, coraggioso giudice; “un cammino che è proseguito con lo storico appello lanciato da San Giovanni Paolo II nella Valle dei Tempi di Agrigento” il 9 maggio 1993. Per  quanto riguarda poi la Chiesa attuale ,  a fugare  comunque  ogni possibilità di equivoco, ci ha pensato lo stesso  Papa Francesco che  di fronte a specifiche domande, senza  alcun giro di parole, ha ripetuto ancora chiaramente che i mafiosi sono scomunicati”  e chiunque aderisce o comunque  favorisce l’organizzazione mafiosa “non fa parte della Chiesa”.

Con la beatificazione di Livatino, intanto oltre a quanto si sta organizzando concretamente  in Vaticano  con la nascita di un apposito Gruppo “scomunica mafie” all’interno del sacro Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale,   immediatamente  si è alzata intanto l’asticella della santità.

Profeticamente il Vescovo Mons. Carmelo Ferraro, durante i funerali a S. Diego in Canicattì, ebbe a dire che dopo il Venerdì Santo viene sempre la Pasqua, presagendo che se la mafia aveva  spento  una luce, contemporaneamente incominciava ad accendersi un grande faro;   che per la mafia – voleva dire – sarebbero venuti tempo  molto più duri.

Proprio così ! intanto per l’asticella della santità si aprivano ed ancora di più si aprono in queesti giorni nuovi orizzonti;  perché una certa discutibile catechesi per troppo tempo aveva forse ingenerato in una larga fascia di credenti che la santità fosse un traguardo che doveva esser perseguito solo da suore e frati, e non una vera e doverosa vocazione, propria di ogni battezzato, indipendentemente dalla professione esercitata nella vita.

In questo senso, qualche equivoco magari veniva fornito dal modo come veniva intrepretata la scelta di qualche santo, come per esempio S. Alfonso, che brillante avvocato e  principe del foro di Napoli, aveva lasciato tutto  per il modo come nel suo tempo veniva amministrata la giustizia, diventando frate e spendendo poi i suoi numerosi talenti nella predicazione e nell’insegnamento teologico della morale.

Livatino invece sceglie e vive  una vita di santità su una frontiera impensabile, proprio quella della giustizia umana, praticata con amore per redimere anche condannando.

Come scrivono i Vescovi siciliani: “Il Signore ha benedetto  questa nostra terra! L’ha benedetta in uno di noi, cresciuto in una comunissima famiglia delle nostre e in una delle nostre città (Canicattì), dove ha respirato il profumo della dignità e dove ha appreso il senso del dovere, il valore dell’onestà e l’audacia della responsabilità”.   E ancora: “L’ha benedetta nella sua giovinezza (….) nella sua professione di magistrato (…) nella testimonianza del suo martirio (nella foto accanto la camicia inseguinata del 21 set. 1990…) nella sua beatificazione, con la quale offre a noi e a tutti un modello nuovo e dirompente di santità: un modello insolito, che aggiunge ai canoni tradizionali del concetto di santità i connotati dei «santi dellaporta accanto», con la loro attualità e la loro concretezza, ma soprattutto con l’originalità della loro specifica missione, vissuta coerentemente per diventare più umani in se stessi e più fecondi per il mondo”.

Perciò il Vescovi di Sicilia hanno scritto che dal “ Beato Rosario Livatino, consegnato  alla storia come il primo magistrato laico martire in odium fidei, impariamo che la santità ci appartiene in forza del battesimo e che siamo chiamati a declinarla in qualsiasi modalità, con qualsiasi mezzo a nostra disposizione, per arrivare dovunque ci sia un residuo di umanità che attende di essere raggiunto e riscattato”.

Ricordiamo che Livatino, magistrato ritenuto “inavvicinabile” anche per il rigore della sua fede, istruì il primo maxiprocesso alle cosche agrigentine, capì il perverso intreccio tra mafia, politica e finanza, favorendo in ogni modo il lavoro in pool per colpire efficacemente i patrimoni illeciti; sfuggendo sempre ad ogni forma di protagonismo, anzi  rimanendo sempre in ombra e  riservato.

Il card, Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le cause dei Santi,  proclamando che “il giudice Livatino sia chiamato beato” ha pure stabilito che  ogni anno, si possa celebrare la sua festa il 29 ottobre, che è il giorno in cui il  beato, in età matura, frequentando regolarmente, anche se già giudice, il corso di preparazione,   ha ricevuto il sacramento della Cresima.

Diego Acquisto

11-05-2021

 

 

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