Canicattì onora il beato giudice Rosario Angelo Livatino

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Considerazioni a margine della solenne concelebrazione di ieri a Canicattì per l’inizio della “Peregrinatio  diocesana” della reliquia del Beato Rosario Angelo Livatino.  Una solenne concelebrazione  presieduta  dall’arcivescovo-metropolita mons. Alessandro Damiano, perfettamente riuscita in ogni momento liturgico e molto partecipata, quella che si è svolta all’aperto a Canicatti, nel tardo pomeriggio di ieri, nella palestra dell’Oratorio “Don Bosco”, nel popoloso  quartiere di Rovitelli, servito dal Parroco  dalla Parrocchia  Maria Ss. Ausliatrice, don Calogero Morgante.

Il quale, nella sua qualità di vicario-foraneo pro tempore, ha dato all’Arcivescovo, a tutte le Autorità cittadine e non solo ! ai numerosissimi fedeli di tutte le Parrocchie, per l’occasione tutte presenti con i rispettivi Parroci, il saluto ufficiale, con la gratitudine per il lavoro d’insieme che nei vari settori, da quello liturgico, canoro, pastorale e civile, si sta comunitariamente portando avanti a Canicattì.

Chiara ieri in questa assemblea appariva l’immagine della vera Canicattì, che mettendo da parte ogni pur legittima diversità ne vari settori, da quello politico sino a quello anche religioso, si  è voluta riunire in preghiera per rendere omaggio ad uno dei suoi figli migliori, che la Chiesa ha riconosciuto anche degno di essere elevato alla gloria degli altari.

Una  particolare menzione nella sua introduzione, don Calogero Morgante ha  poi voluto farla per i parenti del Giudice Livatino e per  i familiari del Giudice Saetta.  Ricordiamo che, il giudice Saetta,  anche lui canicattinese, unitamente al figlio Stefano è stato assassinato dalla mafia, il 25 settembre 1988, due anni prima di Livatino. In quella occasione, l’arcivescovo del tempo Mons. Bommarito, di fronte a tutte le Autorità nazionali (era presente anche il presidente della Repubblica) convenute nella Chiesa Madre dove si svolgeva il funerale, in una Chiesa gremita (ed era presente lo stesso giudice Livatino),  nell’omelia, tra l’altro,  proponeva un interrogativo inquietante sulla tracotanza mafiosa. Ad alta voce si chiedeva e chiedeva a tutti: “Chi sarà la prossima vittima ?”. Nel silenzio liturgico , anche Livatino ascoltava. Sarebbe stato proprio lui, il 21 settembre 1990.

Difficile descrivere, la compostezza e la silenziosa  serietà con cui l’affollata assemblea ha vissuto ieri i vari momenti liturgici, in cui comunque tutto si è concluso in meno di due ore.

Forte ed incisivo il messaggio lanciato, soprattutto  dall’arcivescovo nell’Omelia, con tono pacato e discorsivo. Da sottolineare, parlando del “modus operandi”  del beato Livatino,  la differenza tra legalità e giustizia, la quale ultima abita in un piano decisamente superiore. Perche  non sempre tutto ciò che è legale è sempre morale. Un concetto questo che fa pensare ai tanti crimini commessi nel corso della storia  sino ai nostri giorni,  in esecuzione di norme  legali,  solo perché regolarmente approvate e pubblicate con tutti i timbri previsti.

Alla fine della cerimonia, proprio a conclusione,  ha preso  la parola il sindaco di Canicatti, avv. Ettore Di Ventura, che con il suo consueto garbo e stile, ha ringraziato tutti, specialmente l’arcivescovo, pregandolo di essere sempre vicino alla città che ha bisogno di esser aiutata a superare i suoi tanti problemi, ma dove non mancano tante positività. Ed in questo contesto, l’accenno discreto ma  chiaro a volere  far si che la salma di Livatino, rimanga in città in una qualsiasi Chiesa che sarà ritenuta pastoralmente  più adatta.

Chiusa l’assemblea, ascoltando qualche commento popolare, sentivo pareri diversi: chi pensava subito a S. Domenico, la parrocchia di appartenenza e  la Chiesa che abitualmente frequentava il beato; ma non mancava chi pensava alla Chiesa Madre dedicata a S. Pancrazio, dove il beato ha ricevuto il battesimo; o addirittura S. Diego, per la sua centralità, confinante con il Palazzo di Città, e dove si sono svolti i funerali partecipatissimi, presieduti allora dal vescovo Mons. Carmelo Ferraro. Che in quell’occasione dopo aver definito la mafia più pericolosa della cultura  hitleriana-nazista (o staliniano-comunista), disse che “…. la  vita di Livatino era stata una fiaccola che avrebbe fatto luce ed   illuminato tante vite e  sarebbe stata un forte  richiamo contro la cultura mafiosa”.

Diego Acquisto

20-9-2021

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